L’aeroporto per i voli interni è abbastanza piccolo, ma comunque affollato di gente. La cosa divertente è che per entrare, mentre sei con valigie e tutto addosso, ti fanno comunque un primo controllo, quindi togli scarpe, cinture, cavi e tutto quello che c’è in tasca. Io sono stato anche veloce, ma John è di una lentezza pazzesca. Non ho mai visto una persona così lenta. La cosa ancora più divertente è che il controllo viene rifatto anche dopo il check in, quindi ho dovuto rispettarlo. Ci siamo messi in una sala ad aspettare assieme ad altre centinaia di persone. Di solito quando si aspetta si sente chiamare “Pinco pallino è richiesto al banco del check in” o cose varie. Ecco. In questo caso pinco pallino ero io. Impanicato prendo e vado con john al banco. In quello tirano fuori lo zaino di John con una scatolina appesa con un moschettone. Lo avevano chiamato solo per tirarlo via. Io lo mando a fanculo (era l’unica cosa che potevo fare) e torniamo a fare il controllo per tornare nella sala ad aspettare il nostro volo. Arriva l’ora di salire e ci dirigiamo nei nostri posti. Dall’alto durante il viaggio riusciamo a vedere solo nuvole e qualche isola. Ma per fortuna appena atterriamo troviamo lei ad accoglierci: LA PIOGGIA.

Da buon friulano non potevo starne senza, e quindi appena saliti sul nostro primo trycicle, ha iniziato a piovere. Un trycicle è una moto con un sidecar tutto coperto. È uno dei mezzi di trasporto più diffuso nelle filippine e ci siamo mossi abbastanza volte con questo “coso” non sicuri di riuscire a tornare a casa (vista la loro precarietà).

Passando per le strade mi accorgo di quanto la situazione fosse diversa dalla capitale e dall’Italia. Povertà in ogni angolo. Case fatte con quattro pali di legno e una lamiera. Con la pioggia che cadeva tutto sembrava abbastanza triste e la cosa mi rattristava un po’.

Una volta arrivati al nostro albergo ci siamo fatti una doccia (oh raga, si suda un sacco la. Piuttosto che puzzare è meglio lavarsi continuamente quando si può). Poi io sono uscito a fare un giro di esplorazione nella spiaggia, mentre John è andato a cercare una lavanderia per i suoi capi sporchi e una palestra (è talmente fissato che pure in viaggio va in palestra).

Girando a vuoto mi sono fatto un’idea di come fosse il paese (perché alla fine era davvero piccolissimo).

La prima sera siamo andati semplicemente a prenotare il tour per il giorno successivo, a cenare in un posticino carino lungo la spiaggia e poi a nanna presto.

The day after (che a dirla tutta era anche il mio 25° compleanno), in attesa del tour C (prenotato la sera prima), ci siamo messi a fare una seconda colazione in un bar, nel quale abbiamo avuto modo di parlare con un ragazzo californiano, anche lui in viaggio tra le isole filippine. Dopo una lunga chiacchierata (non ero preparato ad una cosa del genere, ero super esaltato a parlare così facilmente con chiunque) ci salutiamo e ci dirigiamo presso la spiaggia per partire verso il nostro tour. La spiaggia di El nido era abbastanza piccola ed il golfo stracolmo di barche, sia per turisti che per locali (anche se credo che la maggioranza fosse stata per i turisti). Dopo pochi minuti incontriamo la guida con cui avevamo parlato la sera precedente e ci invita a salire sulla barca. Era grande (la barca. la guida, come tutti i filippini, no), poteva tenere quasi 20 persone, ma nel nostro tour eravamo solo in 12 (molto meglio). Partiamo, ed io, con un po’ di imbarazzo, mi limitavo a guardare John che nel giro di 3 ore aveva già fatto amicizia con tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio (io non ho idea di come faccia quel ragazzo a stare simpatico a tutti così in fretta, ma lo invidio parecchio). Giriamo per diverse ore tra spiagge idilliache, barriere coralline, pesci coloratissimi, rocce appuntite, finché non ci fermiamo e pranziamo sulla barca nei pressi di una spiaggia. Un pranzo squisitissmo in mezzo alle isole filippine su una barca. Ma dove e quando ti capitano esperienze simili in una giornata? (per spiegarci, tutta la giornata in barca, pranzo incluso è costata 20€) 

Continuiamo il nostro tour e continuiamo a girare per le spiagge. Il sole si inizia a farsi sentire prepotente sulla mia schiena, ma io non ce ne faccio (ancora) troppo caso. Torniamo verso il porto di EL nido e salutiamo tutti. John però si è fatto lasciare il numero da due ragazzi indiani, così da poter uscire la sera a bere qualcosa.

E così è stato.

Usciamo a cena e ad un certo punto troviamo i due ragazzi indiani. chiediamo loro che intenzioni avessero  per il giorno dopo, e ci svelano che hanno prenotato il tour A ma con un’altra agenzia. Così andiamo a prenotare anche noi il tour nella stessa agenzia, e qui succede il bello (cosa assurda davvero). Entriamo per prenotare (sono le 21.30 circa) e troviamo dei ragazzi e delle ragazze che mangiano una torta. Chiediamo di poter prenotare un tour e ci dicono di si. Incuriositi chiediamo come mai ci fosse la torta e un ragazzo indica una ragazza e ci dice che è il suo compleanno. John mi guarda. Io lo guardo male (malissimo), ma è troppo tardi. “Ma oggi è anche il suo compleanno!”. Nemmeno il tempo di pronunciarlo che tutti i ragazzi nella stanza iniziano a cantare tanti auguri in inglese. Io imbarazzatissimo, arrossisco. Dopo questo mi porgono una fetta di torta. io nuovamente arrossisco e rifiuto, ma loro insistono e quindi mi tocca accettare. Usciamo da questa agenzia e ricontattiamo i nostri amici indiani. Gli proponiamo di andare a bere qualche birretta e loro accettano. Inizialmente andiamo in un locale tranquillo nel quale riuscivamo a parlare tra di noi. una volta arrivato il momento di pagare, pago io. loro straniti si chiedono perché e io gli spiego che da noi si usa pagare da bere per il compleanno. loro capiscono e per compensare la spesa decidono di andare a bere in un altro locale lungo la spiaggia. io e john eravamo tranquillissimi, gli indiani un po’ meno. erano visibilmente brilli. torniamo al nostro hotel e li salutiamo dandoci appuntamento per il giorno dopo. 

La mattina sveglia rilassante, scendiamo in strada in attesa degli indiani e vediamo uno dei due che camminava come uno zombie (no dai, un po’ meno). il suo amico ci dice che non era abituato a bere e quindi non sta troppo bene. arriviamo alla spiaggia e aspettiamo la barca per il nostro tour. nemmeno il tempo di salire a bordo e il ragazzo che stava male chiede di poter vomitare. Lui poi ha passato le successive 5 ore a dormire. Noi invece siamo tornati tra spiagge pazzesche, lagune nascoste e altre cose assurde. abbiamo guidato dei kayak in mezzo a delle lagune naturali. Scenari surreali, quasi quanto Lignano (si scherza), con una cosa in comune: troppa gente. Posti favolosi con troppi turisti iniziano a perdere il loro fascino intrinseco.

Motivo per cui, dopo essere rientrati a riva, ci siamo diretti presso il primo noleggiatore di motorini e ne abbiamo presi due per il giorno dopo. Con questi motorini (ovviamente si guidava senza casco) abbiamo fatto qualche centinaio di chilometri nella zona nord dell’isola, alla ricerca di posti un po’ meno turistici. Per sicurezza sono partito con ai piedi un paio di scarpe da ginnastica, un paio di pantaloncini corti, ed una felpa. Facciamo i primi chilometri ed un tafano mi punge il ginocchio. Panico totale. “e se mi viene la malaria?” “e se mi crescono i vermi dentro il corpo?” “e se mi si gonfia e mi si imputridisce tutto?” sono il solito paranoico. Si era un po’ gonfiato si, ma poi non è successo niente. Andiamo avanti e proseguiamo lungo queste “fantastiche” strade di cemento e terra, piene di buche, di sassi, di riso, di cani addormentati, bambini e tante altre cose.

Ad un certo punto chiediamo indicazioni per una spiaggia e ci dicono di svoltare alla prima strada a sinistra. la strada era di terra battuta, ma per accederci bisognava attraversare un ponte in legno estremamente affidabile (4 tavole di legno). Inizio a percorrere la strada di terra battuta finché non trovo delle pozze di fango, sempre più grandi, alcune lunghe quasi una decina di metri. che facciamo? acceleratore a manetta e via dentro. Le mie scarpe ed il motorino hanno preso un bel colorito rossastro, come la terra su cui stavamo correndo. “eh – mi dico – ormai vado avanti così”.

andiamo avanti e parcheggiamo i nostri potenti mezzi all’ombra di una palma, ci mettiamo in modalità spiaggia e camminiamo qualche minuto per la “via principale” (che in pratica era la stessa strada di prima, solo che ci hanno messo la sabbia sopra). Giriamo a sinistra e vediamo la spiaggia.

Nacpan (che è il nome della spiaggia).

Credo sia stata la spiaggia più bella in assoluto che abbia mai visto. Sabbia bianchissima, acqua cristallina (meglio di una piscina). Era un paradiso (e lo dico io che adoro la montagna).

Prendiamo un lettino ed un ombrellone (sia io che John eravamo abbastanza ustionati dai giorni precedenti) e ci rilassiamo un po’. andiamo a berci un cocktail con la frutta fresca, ci facciamo dei bagni in mare sfruttando l’andare e il venire dell’ombra delle nuvole per non ustionarci ulteriormente.

Dopo questa rilassante mattinata, riprendiamo i motorini e torniamo sulla strada, fermandoci in un sentiero che portava ad una cascata. Leggiamo il cartello “No guide, no entry” (lo usano spesso, così da obbligarti a pagare una guida per vedere un determinato posto). Quindi chiediamo di una guida, e ci affidiamo nelle mani di una ragazza di 15 anni. È stata la camminata più noiosa in assoluto perché lei e John parlavano tutto il tempo in tagallog (lingua locale) e io non capivo niente. John cercava di far parlare in inglese la ragazza, ma non voleva, per cui continuava a parlare filippino. Quindi io per 2 ore di camminata non ho capito niente. Durante la camminata abbiamo attraversato diverse volte lo stesso ruscello e percorso un intricato sentiero pieno di pantano, tutto ovviamente in infradito (calzatura utilizzata per la maggiore durante le 3 settimane). alla fine della camminata mi sono fatto spiegare solo cosa le aveva detto, capendo che lei scappava da casa per andare a fare la guida in questo posto per racimolare un po’ di soldi per poter sopravvivere. È una cosa abbastanza comune che i ragazzi (ma anche i bambini) cerchino di guadagnare un po’ di soldi facendo lavori qua e la, rinunciando a volte anche allo studio.
Dopo queste notizie, decidiamo di lasciarle una mancia (nonostante non avesse voluto parlarmi in inglese) e proseguiamo il nostro viaggio. Ci muoviamo e ci dirigiamo verso una nuova spiaggia, Las Cabanas.

Quest’ultima è un po’ più turistica delle altre (abbiamo anche riconosciuto due ragazze italiane dal loro piatto di spaghetti sul tavolo), però era davvero caratteristica. Ci siamo seduti al bancone di un bar dove un signore che alloggiava al nostro stesso hotel ci ha riconosciuto e abbiamo parlato un po’. Abbiamo preso un cocktail, salutato il nostro “amico” (li tutti diventano amici subito) e poi ci siamo fatti una camminata alla ricerca di un tramonto. Andiamo nel punto più tattico ed iniziamo ad aspettare. In questa ricerca ci hanno accompagnato un branco di cani randagi (tutti carini e coccolosi, non brutti e sporchi come verrebbe da pensare) che non ne volevano sapere di  andarsene (probabilmente speravano gli dessimo del cibo).

Iniziamo ad aspettare, ma il sole era ancora alto e c’era una grande nuvola proprio davanti al punto dove avrebbe dovuto tramontare. Noi restiamo, i cani scappano via avendo capito che non potevano avere niente da noi oltre le coccole. Aspettiamo ancora e niente, solo un po’ di toni gialli all’orizzonte (che in fin dei conti, non erano comunque male).

Ci arrendiamo solo dopo le 18:00. torniamo verso le nostre moto per paura di dover guidare con il buio (alla fine lo abbiamo fatto lo stesso). Camminiamo a testa bassa non avendo ottenuto quanto sperato, ma camminiamo con la testa così bassa che sull’acqua si intravedono dei riflessi rosati. Mi giro e: WOW.

Un tramonto devastante. Il nuvolone si era interamente colorato di viola, le persone davanti a me erano diventate tutte delle silhouette. sembrava qualcosa di indescrivibile. a dire il vero lo è ancora perché non so descriverlo. sta di fatto che è stato un tramonto fantastico.

Felici di questa visione saliamo sui nostri motorini e torniamo a casa con il sorriso. Il giorno dopo dovevamo svegliarci alle 5 per poter prendere l’unico volo della mattinata per Manila.

Salutiamo El nido andando lungo la spiaggia a bere qualche berretta. John ferma una bambina e compra due uova sode. questo era quello che avevo visto io. lui mi dice che queste “uova” in realtà si chiamano “balut”. Curioso (sbagliatissimo, mai essere curiosi!), chiedo cosa sia. mi spiega che in pratica è (attenzione ai deboli di stomaco) un uovo d’anatra fecondato di 14 giorni bollito. allibito lo guardo e mi obbliga a mangiarlo. Passo 10 minuti a sbucciarlo. lui lo aveva già sbucciato e lo aveva iniziato a mangiare. vedo qualcosa di scuro. mi fa schifo, ma allo stesso tempo ero nelle filippine per provare cose nuove. continuo e alla fine lo mangio tutto in un boccone (mangiarlo metà alla volta avrebbe fatto molto più schifo). curiosi di sapere il gusto? (ovviamente no) era come mangiare un uovo con della carne dentro. stranissimo davvero. per togliere il sapere beviamo ancora delle berrette e mangiamo dei peperoncini fritti.

Andiamo a dormire abbastanza presto con tutte le valige già pronte. l’indomani andiamo alla ricerca di un posto per fare colazione. Alle prime luci dell’alba era tutto chiuso, tranne uno squallidissimo posto. andiamo lo stesso a mangiare, ma io ho fatto LA CAZZATA.
Ci portano il cibo e della “service water”. Io avevo sete e non c’ho pensato troppo, bevo. John mi guarda e mi dice “ma che stai facendo?” ci penso e mi rendo conto. Stupido me. torniamo all’hotel, prendiamo le valigie, saliamo sul tricycle che ci aspettava e partiamo verso l’aeroporto. Una volta arrivati facciamo il check in (la cosa figa è stata il biglietto dell’aereo scritto a mano. bellissimo!) e aspettiamo. Aspettiamo e io devo andare in bagno. L’acqua locale ha fatto effetto e io inizio ad avere problemi di stomaco. due volte in bagno li, salgo in aereo e non ci penso. arriviamo a manila per recuperare i bagagli e torno al bagno. Maledetta “service water”. Mi ricordo che nella mia valigia ho delle medicine contro questi problemi e inizio a prenderle. Fortunatamente aiuta sul serio e inizio a stare meglio. Passiamo la giornata andando a recuperare i bagagli dalla zia di John, girovagando per la città e tornando al mega supermercato per aspettare le 8 di sera.

Cosa aspettiamo?

Il viaggio della salvezza.

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